apocalisse #29

2009 Novembre 22

I reparti esplodevano di macerie ed epidemie implorate nelle loro propagazioni sconvolte dalla concimaia sociologica del disprezzo manifestato nelle sue colpe più grandi, mai dette tranne che in quel piccolo pezzo di carne con il luccichio del sudore, il sudore li fregava come se niente fosse nelle loro piccole confessioni corporee, era come osservare mappamondi sommersi e disgusti piacevoli e monitoraggi dei gesti e delle azioni manipolate dal quotidiano suicidio minuto, serpenti strisciavano e trovavano malelingue nella terra e nelle sue cavità immerse e ancora con quel sudore si facevano catinelle e vasi di terracotta sudanti sotto alle fondazioni, alle basi, a monito di un mondo in.festante e in piena rotta di collisione con il big bang della fine ultima e colma e pienezza pura di immobile e ferma gioia.

E allora non si può mai capire cosa comporta cosa, bisognerebbe essere quarti di vacca appesi agli arpioni freddi d’acciaio e aspettare che il proprio sangue sgoccioli per poi aprire gli occhi e urlare che INVECE siamo ancora vivi e non chiedersi più di questo e quello e dei mille perchè e delle spiegazioni per le affermazioni e bisognerebbe uccidere tutti i perché e le finte risate che riempiono vuoti incolmabili di corpi freddi non più in CALORE.

Bisognerebbe essere cani che vanno al patibolo rasenti il muro e ascoltare le macchine passare e gli ultrasuoni limare quel che resta dei timpani sfondati e cercare obiettivi e cagne e poi scoprire semplicemente che il proprio pianto è soltanto un’abbaiare un latrato maltrattato e allora bisogna mordere con forza e con veemenza e con la rabbia e staccare la carne e poi sorridere anche se quel sorriso sembra soltanto un ringhiare.

E allora davvero bisogna essere NUDI e senza pelle come conigli appesi prima delle pentole calde in unanimi accoglienze umane che aspettano le persone attorno ai tavoli pronti a staccare e spezzare ossa e sì bisognerebbe rimanere invece lì al sole scuoiati senza pelle e sentire TUTTO, gli uccelli cantare e il sole bruciare la carne scoperta e sentire che siamo tutti ad occhi chiusi e dobbiamo spalancare inferni infermi per ritrovare le scale di risalita, ma lo può capire solo chi soffre e chi tace senza le maledette spiegazioni. Rimanere appesi e GOCCIOLARE fino alla fine, nudi e morti ma ancora VIVI.

Ricordarsi che la verità è la sotto sepolta ed è sempre stata là e allora bisogna prendere un badile e scavare e mescolare il sudore al sangue non rappreso ma zampillante, mescolare tutto ai vermi della terra che aspettano nella loro mensa e capire che la stramaledetta bellezza di un campo strattonato dal vento sta proprio nel massacro che si consuma là sotto e che il delirio è soltanto verità e che bisogna essere insetti e lombrichi e sotto il campo spietato e colorato e stagionale vinca il più forte maledizione e comprendere senza compassione che stare male è stare bene e aprire gli occhi, spalancarli e dissotterrarsi e ancora muoversi, in faccia a chi ci crede morti e già vermi e alzarsi e camminare e non c’è più prezzo e non c’è più etichetta e non c’è più meta non ci sono manifesti e libretti delle spiegazioni ma solo cellule che ansimano e allora capire una buona volta che niente conta tranne quel passo dopo l’altro in quella via crucis senza golgota, tranne quello che si manifesta e si SENTE ad ogni scricchiolio di ginocchia.

‘the end of night we tried to die’

2009 Novembre 20
di williamdollace

nel lembo di terra di nessuno fra i peperoni verdi e i rigagnoli lontani attraversati minuziosamente dai turisti ammaestrati all’ora di verde l’anno aprivi le gambe verso l’orizzonte di nessuno in modo che il sole ti scaldasse dentro in modo che il calore ti sciogliesse sulle pietre dure in mezzo a quella terra in culo al mondo mentre ondeggiavi lentamente la testa e tenevi in mano il mio cazzo e mentre parlavamo di come saremo sempre semplicemente dei condannati senza appello e Tuttavia respiravamo in bottiglie di speranza, chiuse ermeticamente, il tempo fermo come il sole nel cielo, occhi nella stessa direzione - si può crepare per molto meno

last days

2009 Novembre 20

“Da maturo a marcio
Troppo vero
Per vivere
Dovrei sdraiarmi
o alzarmi in piedi
E farmi un altro giro
I miei occhi finalmente aperti spalancati
I miei occhi finalmente chiusi spalancati
Trovare il trovato del suono
sente il tocco delle mie lacrime
E sente il sapore di tutto ciò che sprechiamo
Potrebbe nutrire l’altro
Ma soffocare l’un l’altro col nettare e l’asprigno
L’amaro del clima agrodolce
Soffia tra i nostri alberi, nuota nei nostri mari
Vola tra gli ultimi gas che lasciamo su questa terra
E’ un lungo viaggio solitario dalla morte alla nascita
E’ un lungo viaggio solitario dalla morte alla nascita…
Dovrei morire di nuovo?
Dovrei morire
tra i chili di materia che ruotano nello spazio?
So che non lo saprò mai
Finchè non sarò faccia a faccia
Con la mi a gelida faccia morta
Con la mia bara
E’ un lungo viaggio solitario dalla morte alla nascita…

«…….solo quando avrà finito con te.» avrebbe detto

2009 Novembre 19

avrebbe detto ci rivediamo all’inferno no avrebbe detto oh pensateci voi d’ora in poi eppure il mondo non è poi così barbaro e disinteressato in un modo che non sai cosa pensare o sperare o anche ancora farti una semplice idea da portare avanti come sai quando una persona ha un’idea e un’altra persona può dire con sufficientemente chiarezze hey quello la pensa così sono solo uno dei tanti che lo vedo così oppure avete visto a cosa sono valsi gli elettroshock e decenni di psicofarmaci? avrebbe detto forza non mollare avrebbe detto no non imitatemi sono un caso disperato la mia mano immobile ha già decretato la mia morte e il mio cervello inceppato ha già decretato la mia morte e ho perso le mie estasi temporali in un parcheggio parcheggiate e ora non le ritrovo più avrebbe detto avrebbe detto sono io miei cari il caro vecchio neon che va incontro al suo Oblio e non voglio una lenta agonia avrebbe detto la dipendenza in un modo o nell’altro ci fotterà tutti, avrebbe detto lo scrittore è un’isola oppure avrebbe detto semplicemente ti amo per nome e per cognome Karen Green avrebbe detto non so più scrivere perché non riesco più a scrivere e quindi se il fine ultimo dell’esistenza, della mia esistenza è la Letteratura tanti saluti e vaffanculo avrebbe detto non voglio invecchiare con questa ossessione avrebbe detto no, tuttavia, voi ce la potete fare, ci sarà semplicemente qualcun altro a raccontarvi la storia che tutto andrà bene, davvero avrebbe detto credetemi avrebbe detto, davvero, credetemi

per ogni furia a prova di estintori

2009 Novembre 17

grazie per le ghise lamellari perlitiche in mezzo agli zombi scavalcanti che cadono dal cielo che tanto siamo fatti così quindi chi se ne sbatte bevi!
grazie per “il ranch in un vicoletto” e le percussioni che suonano la loro musica nel cranio e rimbomba barbarica
grazie per la realizzazione di ogni decadente fallimento e nemmeno tanto decadente
grazie per i corpi riversi nel magma di carne che copre le strade in cinquantasei centimetri di materia che la pioggia non lava ma trasforma in vapore da carneficina esalazioni al limone di colorante
grazie per tutti i sogni che rimangono tali tanto si sapeva
grazie per gli addormentati e addomesticati addomesticabili e per il marketing delle emozioni che trasforma ogni concetto in merda sottocosto mercificata
grazie per il mio taccuino che le citazioni me le scrivo lì
grazie per i social/essemmesse/mail e vigliacco se sappiamo ancora come si tocca una mano VERA
grazie per la vecchiaia è un massacro aveva ragione Roth e per i vecchi saggi soli pronti al macello del saldo in anticipo della fine della vita che finisce con la fine di ogni Erezione
grazie per non leggere mai fra le righe
grazie per la trasformazione di ogni comportamento in patologia numerato disordine 3×2
grazie per le memorie del sottosuolo durante le notti bianche
grazie per le fate le favole le feste del cazzo importate le puttanate le zucche vuote le scope le luci i regali la fine del mondo e le sue folli quotidiane ripetizioni
grazie per gli spazi aperti e l’erba verde bagnata eccitata dalla notte e 
i loculi liofilizzati e le ceneri ammaestrate a disperdersi come carogne inseguite dagli sciacalli con una pallottola in corpo
grazie per i complimenti a gambe aperte e le fottute regole di circostanza chiamate educazione
grazie per la famiglia fisher e per la tazza di cereali e per i porcomondo di claire e per gli occhi di brenda e per la barba di billy e per il sudore e le corse di nate e per la giacca abbottonata di david e per le parole morte di nathaniel più vive dei morti vivi, che almeno la finzione sia finzione
grazie per i rimorsi i rimpianti le stronzate e le silenziose persone preoccupate take and way
grazie per la faccia di Dave che mi guarda dal muro ti voglio bene Dave
grazie per le vangate in mezzo agli occhi e per lo spremiagrumi che tortura le dita
grazie per i ‘più che mille vite’ e per ‘la più splendida tragedia’ e anche te però lo so che è dura però alza il culo e scrivi in piedi
grazie per la società digitale nella mia memoria e la tua immagine di furiosa bellezza quella mattina spazzata dal vento
grazie per i pianti isterici in pompa magna da microonde
grazie per i tatuaggi che non abbiamo mai voluto e per tutti i tatuaggi che avremmo voluto
grazie per lo sterzo andato definitivamente e per le luci della mattina che spaccano gli spazi vicino al materasso
grazie per le mie scuse sopraffine mescolate al cannibalismo della solitudine im/mediata e agli amici immaginari e agli animali meccanici
grazie a Bill che dedicò il suo giorno del ringraziamento a John Dillinger con la speranza che sia sempre vivo e grazie grazie e ancora grazie per le lente agonie della vita media e il saccheggio ideologico in ogni cuore di cane alle estremità di tutte le mezze verità

crash, di david cronenberg

2009 Novembre 16

“Abolire la morte è il nostro fantasma che si ramifica in tutte le direzioni” Baudrillard

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“Il rimodellamento del corpo da parte della tecnologia”: lo scontro furioso senza effetti rallentanti e rallentati da intelletto sopraffino e nessuna gioia degli occhi tranne la lamiera infilata nella retina della presunta morale, scontri, dolorosi, rapidi e violenti come gli amplessi sui cofani e negli abitacoli, schegge di vetro e carni ricucite che sprigionano emoAzioni corporee e sventranti in morti viventi dallo sguardo fisso e distante, da binocolo, arrancanti arrapati respiri furiosi in cerca di prede ancora da cacciare in un nuovo territorio da protesi urbana erotica in cui si ode metallica la sinfonia delle cicatrici sopra le geometrie degli strumenti di controllo, l’inseguimento/spostamento l’accelerazione/decelerazione di Vaughan come un corteggiamento animalesco con la sua carrozzeria movente estensione dell’organo sessuale ["Per lui, ferite del genere erano le chiavi di una nuova sessualità, generata da una perversa tecnologia; e le loro immagini stavano appese nella sua galleria mentale come oggetti esposti in un museo da macello"], la perfetta simbiosi degli organi che irrompe come unione di corpi rimescolati dall’adesione delle loro forme inarcate sulle lamiere per/lustrate, l’estensione di un dominio eccentrico ed incontrastato del traffico che veicola e controlla fuori campo come un fantasma  le vite degli individui sconnessi ai margini del paesaggio di piloni e cavalcavia, le maniglie come clitoridi, le manopole del cambio come cazzi, le cicatrici come orifizi, il simbolo come manifesto eretto del corpo e sulle sue superfici, nella psicopatologia del sesso strumento di guida e cofano accartocciato dell’animo, la lingua che insegue l’esplorazione delle suppelletili da cruscotto, una portiera aperta verso il futuro imbevuto di morte, il sedile imbottito come casa, il volante come rampa di lancio per la perdita e l’ossessione di ogni controllo, l’orgasmo come sbandata e crash reiterato.

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“Il fine ultimo di Crash, inutile dirlo, è quello di monito, di messa in guardia dal mondo brutale, erotico e sovrailluminato, che sempre più suasivamente c’invia il suo richiamo dai margini del paesaggio tecnologico” J. G. Ballard, postfazione a Crash, 1974

appendice #1 all’apocalisse #28

2009 Novembre 10
di williamdollace

Ognuno ha una sua precisa realtà interiore attraverso osserva comprende ed elabora ciò che è all’esterno. Chiamiamola banalmente visione del mondo. Ma è una visione parziale del proprio mondo. Nessuno può avere una visione del mondo. La visione del mondo sarà sempre per forza la visione del nostro mondo. Quindi sarà sempre una visione. Le persone come le vediamo, anche quelle che in qualche modo ci sono vicine saranno sempre comunque una proiezione (nei migliori dei casi vicina alla realtà, ma realtà che in realtà non esiste perché anch’essa visione personale di altrui sé) di quello che sono, ne deriva che nessuno comprende in realtà nessuno, al di là di quello che con gli strumenti cognitivi che possiede (personali), e solo quelli, riesce a comprendere, carpire. Quindi tutto ciò che osserviamo è virtuale e banalizzando nessuno conosce nessuno.

apocalisse #28

2009 Novembre 9

Si cercavano strade nuove e solitarie, si trovavano innate convivenze. Quella notte schizzavano coralli nelle lacrime delle lucertole al buio delle loro tane. I lenzuoli immacolati dei fantasmi diventavano tende nere per percezioni individuali. Le farmacie ribollivano come rifugi atomici. Ritornanti chiedevano l’ultima sigaretta. Il dolore sacro esplodeva si ritemprava e rinasceva in forma digitale. Un’immagine sollevata dal vento imperversava senza petto scoprirsi come uno scrigno di gioielli esposto in una macelleria di nature morte parlanti di tutto quello che sono semplicemente le cose, succhiando il midollo dei mutui delle emozioni. Morti parlanti cantavano litanie sempre uguali perchè la dotazione massima era un cuore come un pugno di mosche morte tramortite dai barocchi intelletti di pene e compassioni. Loro volevano il loro piccolo guscio intatto, con la merda fulminata fra i denti splendenti nascondendo il fottuto sudore di non esistere, immobilizzati dagli ingranaggi della reiterazione di un solo momento, imbastiti dalle loro piccole etiche, mentre salpavano dai loro porti di porcellana esibendo trofei di caccia. Dovremo inventare un platano volante per praticare la formula uno sui cavi telefonici appesi agli intonaci scrostati, come l’arpeggio di una vecchia canzone americana, di quelle che ricordano il retrogusto di un mondo inascoltato. Come infrastrutture morenti potremo circumnavigare il raccordo semaforizzato improvvisando traiettorie, tangenti agli obitori dei palazzi schierati rivestiti di alta sartoria smog nei divani coaugulati, crepati nell’animo dal Multicolor serale. Ci entreranno negli avambracci a fiotte romanzi puttane e solo sussurri di luci spalancate, fra play di Parate d’Elefanti.

un giorno come un altro

2009 Novembre 9
di williamdollace

Non c’è calendario che ti definisca non c’è biga che tenga non c’è diga che contenga le lacrime sincronizzate dei nostri corpi fuori sincrono, il sapore della ciliegia è un frutto amaro prima per me, totale incapace, fondamentalmente inadatto di in/trattenere rapporti e mani, eppure ci sei, eppure i miei occhi dovrebbero guardare altrove o guardare senza scavare dentro il nostro magma brucia caverne di acciaio che lanciano nell’aria lava liquida e che quando cade fa terra bruciata, mi prenderò il mio nessuno come un complimento, sperando che sia un momento, consapevole che di nessuno è fatto il mondo anche quando sembra meno tondo. Non c’è bunker che ti trattenga non c’è diga che ti contenga.

public enemies: vietato dire ‘è solo cinema’

2009 Novembre 7

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Non c’è tempo per le sepolture e le loro verbose restituzioni, la violenza delle immagini sprigionate dal Cinema di Mann trapana furiosa cuore e cervello ma soprattutto occhi e corpo come la sua macchina da presa e la posizione dalla quale violenta continuamente lo schermo e indaga continuamente i segni dei corpi, i segni sui corpi, i corpi.

Come l’elogio incondizionato di ogni velocità. Come l’essenzialità estrema dei dialoghi che saltano tutto l’apparato blasfemo dell’ipocrisia di ogni comunicazione, risoluti e asciutti come le sue fucilate, perché solo nel suo Cinema si spara davvero. E sono cannonate. E i fori che provoca sono enormi, salta l’intonaco e la corteccia, i vetri vanno in pezzi, si spezzano i corpi sforacchiati senza falso pudore merlettato e il sangue scorre, scorre e basta, gli sguardi sono sempre ultimi sguardi, rantoli di vita vera nella consapevolezza del Caos del futuro. Vietato parlare di passato. Sempre presente e proiettato nel futuro Il cinema di Mann è l’impossibilità della parola ‘per sempre’ e nello stesso tempo l’impossibilità dei corpi di non impattare comunque gli uni contro gli altri,  in fiamme, nelle dualità che si specchiano sempre le une dentro le altre, nell’impossibilità di ogni definizione tanto quanto è impossibile definire la vita, perfetta nel suo essere essenzialmente imperfetta.

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In Miami Vice Colin Farrell nella casa dello spacciatore/informatore ad un certo punto guarda fuori dalla vetrata verso il mare, zoom in/zoom out velocissimo di Mann. Ad un certo punto in Public Enemies Johnny Depp si gira verso la strada polverosa, zoom in/zoom out velocissimo di Mann: La vita. La stessa vita. In un’inquadratura.

without words

2009 Novembre 3
di williamdollace

non ho più parole perché sgroppano sulla scia determinata delle mie oscillazioni e sbattono sulle barriere del mio caos non ho più parole perchè sono azzoppate e fracassate sotto le ginocchia come quando attraverso in mezzo alla strada e non vedo le striscie nemmeno se mi avverti, non ho più parole ma solo occhi fissi sull’orizzonte e corpo sulla terra, lo ascolto, ti ascolto, mi annodo al collo il cappio dei tuoi capelli, ne faccio nido prigione arma e protezione, non ho più parole nè mappe se non il cazzo dell’istinto, non ho più parole perchè le vedo soltanto nelle analogie digitali delle mie visioni, nelle canzoni ascoltate in riva al lago, nei silenzi che ti accarezzano la schiena, nelle pieghe della tua bocca umida, non ho più parole perchè voglio bruciarle scaldarti scaldarci e dalle loro ceneri far nascere i tuoi fiori

bipolar psychosis

2009 Novembre 3
di williamdollace

elliott sussurra l’esofago si accartoccia il ponte chiuso trema lo stomaco implode la voce rotta si denuda in pezzi le mani sussultano come le corte notti senza le mani fra i capelli e il tuo sguardo che non è tuo ma sei tu rimane come un’aurea luminosa accecante come dopo che si è fissata una lampadina per troppo tempo come un marchio a fuoco brucia retina come un tatuaggio indelebile di quelli che non mi chiedi e che ho il terrore che vengano cancellati prima che vengano fissati, cosa c’è di più personale della carne e del sangue e delle cicatrici dico io, cosa c’è, il filo invisibile di me lumaca che striscia verso la sua conchiglia, l’immodificabile PH della pelle, il gruppo sanguigno, la genetica che fotte ogni etica, l’inchiostro infuocato della chimica, il magnetismo di ogni involucro che si scioglie sotto il calore prepotente del suo nucleo. se mi manchi quando manchi è perchè manchi ma non manchi. mai

il nastro bianco, michael haneke

2009 Novembre 2

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Dal Nastro Bianco non mi aspettavo null’altro di quello che ho osservato. Haneke non vuole spettatori in cerca di facili logiche e soluzioni da cinema in scatola cinque minuti di microonde ed il piatto è servito wow. Questo già lo sapevamo. Haneke è un violento espositore, formalissimo chirurgo che sotto i suoi tagli esatti e le sue aperture antropologiche eseguite con il diverticolatore lucidissimo delle sue inquadrature fisse mostra le budella, le viscere e gli intestini dell’essere umano in fotografie di fermi immagine, cinematografie spacca occhi sotto teche di cristallo infrangibile.

La sua Mostra è algida, minimale, cadenzata e kubrickiana. Senza individualità da applausi, senza eroi da salotto, senza compartecipazione. Sotto i suoi colpi d’ascia silenziosi si nasconde sempre lo stesso orrore. La Storia è sempre la stessa per Haneke perché l’uomo è sempre uguale a se stesso. Non ci si faccia ingannare: il contesto storico è ininfluente, quello che verrà dopo, quello che è stato prima, il generatore e le genesi, ininfluenti. La reazione dello spettatore? Anch’essa ininfluente. Lo spettatore del cinema di Haneke deve improvvisarsi attento e meticoloso ricercatore di spazi fra i gesti, altrove insignificanti. Perché Haneke non lascia mai nulla al caso. La sua illogica perversione è un’equazione matematica in cui dopo l’uguale c’è sempre lo stesso risultato.

Egli non ha alcun interesse per le calorose risposte emotive dello spettatore, ad Haneke interessa mostrare gli ingranaggi al rallentatore, dissezionati sapientemente dal suo sguardo implacabile, senza evoluzioni sanguigne, senza colpi sensazionalistici. Non c’è spazio per la vera immaginazione ma solo per l’indagine degli spazi morti che rimangono sempre fuori da ogni inquadratura eppure prepotentemente alla mercé di tutti.  Perchè il disgusto nasce da ciò che in realtà non abbiamo visto. Eppure c’era. E lo sappiamo. Il cinema di Haneke ha un nastro bianco di materia cerebrale al braccio, un arto in cancrena, infilzato dalla sua forbice di acciaio. Prendere o lasciare.

haneke

‘i could make you satisfied in everything you do’

2009 Novembre 2

mi chiedi cosa siamo - siamo che ti terrò per mano fino a quando mi strapperanno le braccia – siamo che non c’è corazza per il tuo sguardo che mi trapassa e che mi infilza come una spada medioevale – corsi e ricorsi andate e ritorni – l’estasi dell’innamoramento che sembra un momento ma non lo è - è un’estasi temporale a sè e senza tempo- fuori dai concetti razionalizzazioni infami di futuro passato e presente - e no, non è nemmeno temporale – è una tempesta di violenza, il riscaldamento sottocutaneo circolare che inonda una retta diretta senza fermate e segmenti – che viaggia in direzione sempre dello stesso unico punto eppure infinito: non c’è storia – non ci sono storie – tranne che la nostra , tutto e nonostante - nonostante tutto – io e te – angeli assediati da Los Angeles

waking life is a dream controlled

2009 Ottobre 31

“Il mondo è un esame, per stabilire se sappiamo davvero elevarci alle esperienze dirette. La vista è un esame per stabilire se sappiamo guardare oltre. La materia è un esame per la nostra curiosità. Il dubbio è un esame per stabilire la nostra vitalità. [...]“

“[s]anity is a madness put to good uses; waking life is a dream controlled” (“l’essere sani è una forma di follia usata per scopi giusti; la vita da svegli è un sogno sotto controllo”). George Santayana

 

Per cervelli accesi come lampadine ossessive che scaricano rumori di fondo in un sogno lucido perverso Waking Life è un poema lirico-filosofico in rotoscope, spiralitico, controverso, manipolatorio, genialoide, errante filo-vitale che scava nelle pieghe del tronco cerebrale o addormenta sul colpo sul finale di un cielo, un trionfo iniziale di lamiere.

waking-life

Risorse in rete: Esistenzialismo - Onironautica

the Imaginarium of Doctor Parnassus, terry gilliam

2009 Ottobre 30

Immaginare trallalero trallalà, ma basta immaginare? No. E le storie la devono smettere. I mondi immaginari impiantati così in mezzo al cranio, anche. Parnassus, ahimé, è un delirio sì, ma senza sbocco [sbocco, come "sboccare"]. Proprio come l’indifendibile “Fratelli Grimm”. Una boscaglia ma senza rami e viadotti rotti e humus e lattine lasciate lì aperte e fazzolettini a mò di carta igienica e senza dissesti d’immaginazione, un coltello con la lama sbeccata che non forerebbe nemmeno una milza, un va e vieni senza orgasmo. william dollace, lo spettatore che voleva ingannare la noia. The Imaginarium of Doctor Parnassus: come essere addormentati, ma senza sognare.

vision

2009 Ottobre 29
di williamdollace

Le tue carneficine sono come i trattamenti sanitari obbligatori, iguana show fra le gambe come un disarmo della specie, le presine della Storia ti sfioravano sfaldandosi fra le lenzuola.

apocalisse #27

2009 Ottobre 24

galleggiare sulla musicologia di tappeti sonori di nuove prospettive gli sembrava più che mai si dice una di quelle magnifiche puntate di ER dove le cose non si risolvevano tranne che in uno struggente pezzo di immagine d’annata in combinato montaggio iperparallelo che ravanava budella e lì c’era chi non si salvava per miracolo e l’emergenza altruistica si dispiegava nell’arto sacrificato e sui camici bianchi stracciati di milza e sangue perchè le facce e i musi e le mani e le pance spalancate erano tutte lì, esposte come gogne – maledizione – e gli sguardi di speranza luccicanti d’ambulanze fuori dal pronto soccorso suonavano a botte di siringhe e lampioni lampeggianti volteggianti nelle sirene spiegate agli ignari che gironzolavano di notte come menestrelli infreddoliti a piedi e guardavano velocità sempre più veloci a bocca aperta sulle curve a gomito, animali da cappotto e scarpe da ginnastica, esseri umani da vicoli e scalini di metallica consumata, accartocciati erranti ubriachi di chimica monodose senza misurini a santificarne gli eccessi, bestie sinuose dagli occhi arrossati che si cercavano arrapate dentro i loro corpi a grammi e millimetri senza mappe ed elettrolocuzioni convulsive, ambulanti ambulare coi cervelli in estesa forma cosmica, corsie nastrate dall’impenetrabilità dei sapori veloci come spaghetti scotti e spezzati nelle bolliture dei lager spariti dai rumori delle città in contromano ad ecatombe silenziose di Tir al rallentatore che in frenata sui corpi spappolati piegavano i tamburi dei freni mentre il rumoreggiare della città saliva salato agli occhi come un’ecologia metropolitana e silenziosa, una città che piangeva moriva meglio e non falliva mai.

non ho scritto la parola terrificante, edit this, Astronave, apocalissi, visioni notturne, rantolare nel letto, scalciare, pazzia, processo irreversibile di merdificazione, Semaforiche torsioni, Incudini, polso, infezione, il Corpo è una perdita idraulica, percussioni da manicomio, elettrauto da vena, Donna, Notte, Cielo, Luci

2009 Ottobre 22

Qui dentro c’è tutto.

E’ un atterraggio e una Partenza.

Non c’è caffettiera che tenga.

Un moto non esclusivo. Onda d’urto.

Ridiamo senza tempo con i flebili motivi di un movimento satellitare stretto e notturno.

Angusta paranoia meticolosa rifonde spazi angusti.

La piccola nostra Fortezza in cancrena spazzata dal vento di una Notte. Il silenzio enfatico che ne segue. La perversione di Ogni distanza. Ossessione.

Visioni di bile e tremore. Deformazione. Perforazione.

Mi chiami Joker. Anche nella splendida visione notturna di una città di semafori puttane e monoliti.

Bruciare le mie Visioni.

Cosa ne fai del mio nome tatuato sulla schiena?

Io non ho paura. E questo mi fa paura.

Un sistema. La perdita della consapevolezza.

Mestruo. Follia. Tatuaggi adesivi decisivi.

Si aprono le porte. La percezione?

 Tu vedi. Ma anche io ti Vedo.

Come Un angelo con i coglioni che si aggira per i corridoi di un oscuro scrutare.

When I am.

Deceduti. De/ceduti. Permanentemente.

Poeti vascolari che visitano la lo un il CardioSpazio.

La ricerca della fottuta multidentità.

Il tuo ghiaccio.

Chi sono. Il montaggio di un video. Un’installazione.

Sto parlando dentro il mio corpo. Rimbomba. Parole. Testa calda.

Indizi per un sacrificio di identità.

E se non riuscissi più a comunicare.

E se non riuscissi più a sentire.

Allo specchio sbatto le palpebre. C’è un animale sedato.

Chi è.

La gabbia è dentro il corpo. Il fuoco brucia dentro.

whenyoudarklyare

2009 Ottobre 21

Now you’ve absorbed it into your system
Now that you’ve allowed it to be true
Now that you’ve neutralised it, made it safe, made it yours
Now that you’ve been photographed, recorded
What are you gonna do?
What are you gonna do?

Is it so unsafe when you are
Insecure in the space where you are?
Is it so, really so,
Is it more real?
Is it more yours?
Is it more yours?
Is it more real, for you,
Than it is for him or me?
And the people who perceive it
Repeat it, distort it, improve it, update it
Slightly change it
And these people believe it
And write it all up for you
And is it more real?

And is it more real?
Does it make it more yours,
Now you’re recorded as having said it?
And being seen and done it
People have been seen to take notice
So empty
Is it so awful to be seen to feel and fail?
Overheard and noted to authenticate his story
An unsafe male trait
You know what they say
That empty vessels ring true, like bells
Make the most noise
The ink is still wet
In this case, the medium is not

Is it so unsafe when you are
Insecure in the space where you are?
Is it so, really so, unsafe you can’t let
Let go?
Is it so unsafe when you are
Insecure in the space where you are?

What are you going to do if they don’t believe you?
What are you going to do if they don’t believe you?
What are you gonna do?
What are you going to do if they don’t believe you?
What are you going to do if they don’t believe you?
What are you going to do if they don’t believe you?
What are you going to do if they don’t believe you?

Coil.