nasce un piccolo blog satellite di questo, l’intento non è quello di valutare scoprendo epiche corsie preferenziali o dettare proclami come bignami di tomi altrui ma di favorire il dettaglio nel Cinema, come tentare balbettando di spiegare i sogni digitali irrazionali che producono i nostri piccoli altari, che sviluppiamo sulla nostra pelle come appendici attraverso semplici scorci, irrazionali sensazioni, incomprensibili testardaggini perverse, ma pur sempre dedicati al macrocosmo visionario del Cinema, questo monumento in movimento che spalanca passioni e ossessioni e che spesso ci inghiotte e ci alimenta come una spina existenz.iale.
hai sconfinato in una zona che non ti si addice, corri bello corri, le tue apparizioni sorridenti in pantaloncini, i tuoi rantolare la tua spiritualità addosso a lei, lei è fatta per lui, sorella, amante, pur tuttavia solo parole, ricordi i tatuaggi? quei tatuaggi che all’inizio ti avevano sconvolto, fatto incazzare, presi alla lettera perché senza immaginazione, senza la comprensione del simbolo nell’unicità della carne e poi quelle splendide scopate antropologiche di B. che espurgavano la sua dipendenza e che saltavano a pié pari l’ambaradam delle tensioni comunicative da preliminare andiamo a cena cosa fai nella vita quanti anni hai ti piace leggere cosa farai da grande anche se lo sei già per la miseria?, chi cazzo se ne frega, fuori gli armamenti e via alle invasioni barbariche, lei ha sempre capito oltre tutti gli orifizi e gli organi erettili, era troppo intelligente per te, era selvaggia, sorella di uno schizzato, figli di brillanti schizzati, lei ha avuto la meglio, dopotutto al primo incontro gli eri già a cavallo in quello sgabuzzino di cos’era un aeroporto? perché? non lo sai, ti sei lasciato guidare dall’odore di una donna vera, lei alla fine di tutto parla e vive con B. sogna di toccargli il cazzo, nel sogno dice di amarlo, lo bacia, fino alla fine, e tu? tu appari nei finestrini sudato con i pantaloncini, bella mossa N. bravo!
fa male come coltellate vere, ne voglio ancora, più vive dei morti, l’empatia di un embolo in partenza, come non avere abbastanza braccia per abbracciare, come non avere braccia abbastanza lunghe per aggrapparsi, in questi scampate identità per disillusi abbiamo qui il nostro orfanotrofio di rintocchi di parole rimaste non lette come whisky tenuto in bocca solo per i gargarismi, schizzi e segni su superfici improbabili, tangenti di tangibili tangenze in visioni tangenziali, scorticate e individuali, immobili, provate a spiegare six feet under a un asino vestito da uomo, sei offensivo, non toccare l’istinto animale! provate a fotografare un sogno, provate a non toccare il tasto Power: vivi il presente perché il passato non esiste, il futuro è un’idea, un’erezione, il presente: qui ora, gira pagina e corri nel mio finestrino fratello morto, mio amico immaginario sorridente, il tuo dono divino imperscrutabilmente regalato a qualcun’altro, bare da grancassa, obelischi orizzontali per coprire gli odori, maschere sopraffine, Isabel, Nathaniel, persone? dvd!? immaginazione! eh, no! è qui che viene il bello, è qui che si apre la cassa da morto ad alta definizione come una vampata che stende i verticali, come un sogno digitale, per lacrime nemmeno analogiche
“II risveglio comincia con due parole, sono e ora. Poi ciò che si è svegliato resta disteso un momento a fissare il soffitto, e se stesso, fino a riconoscere Io, e a dedurne Io sono ora. Qui viene dopo, ed è, almeno in negativo, rassicurante; poiché stamattina è qui che ci si aspettava di essere; come dire, a casa.
Ma ora non è semplicemente ora. Ora è anche un freddo promemoria; un’intera giornata più di ieri, un anno più dell’anno scorso. Ogni ora ha un’etichetta con una data, che rende obsoleti tutti gli ora passati, finché prima o poi, forse – no, non forse, di sicuro – succederà.”
Un Uomo Solo, di Christopher Isherwood, edito da Adelphi
La paura di vivere. La paura di morire. Anche se pronto a vivere in una casa di vetro dalle superfici in bella vista che rispecchiano il tuo nucleo, che sono il tuo Essere, non sei pronto a vivere nel futuro attanagliato da un passato lancinante che ha intossicato il presente eliminandone sfumature emotive e imprimendogli la metodicità di una lenta e raffinata decomposizione. Se non esiste il Presente il futuro è tanto quanto i corpi diventano sigilli dedicati al passato, in attesa di Lei anche quando per un attimo le emozioni fanno breccia nella coltre d’acqua che riempie l’ovattato vuoto attorno.
“Isabella: Once I had a fortune, it said: “Leave now. Life is short. Time is luck”.
Det. James ‘Sonny’ Crockett: You got assets somewhere? Insurance?
Isabella: Why?
Det. James ‘Sonny’ Crockett: Things go wrong. The odds catch up. Probability is like gravity: you cannot negotiate with gravity. One day… one day you should just cash out, you know? Just cash out and get out.
Isabella: Yeah?
Det. James ‘Sonny’ Crockett: Yeah. As far and as fast as you can.
Isabella: Would you find me?
Det. James ‘Sonny’ Crockett: Yes, I would.”
[Miami Vice, Michael Mann, 2006]

magiche e arrapate le macchine trasudano spasimi e sudore, donati gli organi che resti l’anima, vivo di una rendita che non è altro che il mettersi in parole, anche al di sopra di ogni vena spastica che solca epidemie di superfici malate a lunga conservazione, è un caso che il sogno randagio solchi ancora alcune notti lasciate a perdere nel buio spaesato delle metropoli iperilluminate. Guardarla in faccia, la NOTTE. Ci sono cose che vanno in contrasto con le cose con cui vanno in contrasto, come L’impossibile distanza, come l’impossibile vicinanza.
tutta questa cultura che erudisce gli spazi fra i denti si trasforma in cervellotica carie – odio i ‘oh! come stai?’ sorvolati en passant come sputi di saliva in eccedenza dove non si prende nemmeno il fiato per rispondere – se vuoi insegnarmi la felicità fatti stendere con una fucilata da un passante neanche fosse una fotografia – flash – vincenti col cazzo io voglio perdere, nella mia dimensione sorvolo verdi pascoli imperfetti e lubrificati senza amicichecisiamoritrovatiederavamodistantimaoraciteniamoincontattouauauauau!!! e sì, sto bene nel mio piccolo mondo di piccolo essere umano cedevole perdente e sanguinante dilettandomi della perversione della sfondata e sfrondata verità di cartapesta a tutti gli stramaledetti costi senza psicoriandoli manicotti ad estrazioni di denti fra sabbie mobili senza membri eretti e fighe bagnate – il circo mediatico lo lascio alle scimmie mediatiche – fatemi vedere solo le cicatrici – preferisco soffrire per non vedere le dimensioni che mi permettono di sopravvivere abbassando la testa, questo è il mio confessionale da animale morente - le manipolazioni e il menarselo in compagnia le lascio a chi sa solo usare le mani e non la bocca – la patina luccicante la lascio ai manichini di plastica telecomandati dalle psicosi facciavista show, il mio schema mentale è la sottrazione / il confondersi di un’esasperazione / circolare concentrica e via – un’altra gauloises è andata – cenere fra i tasti – un cimitero nel sottobosco delle parole di plastica – non sono uno scrittore se scrivo – siamo in diretta – stop and go – cambiare retta datemi retta – le pacche sulle spalle altrove – insieme ai regali giornoselezionati e alle persone buone
l’estate glaciale e l’inverno infernale - serpenti gialli manipolati dal tempo che ne scava il colore – ammettilo è anche colpa nostra – cappotto nero a bottoni – osteria della luna ritrovata – la sigaretta in formato azzurro prova – un mese da cancellare – un secondo per ricordare – un anno da non dimenticare – il tuo vestito di dieci anni fa – gli occhi che vanno a sbattere su domani – la bocca come una pianta carnivora - un inferno senza estintori – ‘parole ed elettroni’ - ciao - che fra poco arriva la mancanza – sono stanca ma sì- un anno è passato – un altro è appena cominciato
ho anche io il mio rosario e i miei canti da cantare, ne canterò fino alla fine del mio aborto, un infiltrato nei reparti speciali umidi e bituminosi asfalti lampeggianti della notte, in fondo come una colpa che non è: siamo esseri umani, anche laggiù nel profondo abisso dove lancio lo sguardo senza ritorno, è solo sangue secco o colla da sniffare che si posa sulle nostre testate di sudori freddi concentrati come nel mare notturno della paura, il palazzo ha ancora i vetri, mescalina etere e polvere da sparo, con sacrificio in doppiopetto guardo oltre quando muore strafatto l’incalzare delle eventualità sale come un termometro di mercurio e follia in avaria, sagace e pungente come un virus, vestito a lutto come al funerale del giorno dopo sentendo suoni nevralgici celebro la vita fatale, vetro e febbre
La definizione di Ross del “rappresentante delle stronzate” può andarmi bene, certo, mi calzamaglia a pennello mentre cerco di spiegargli quello che ho nella testa e certi meccanismi poco lusinghieri e poi mi incarto e poi non so più cosa dire. La verità è amore certo, ma quale verità? Dovremmo essere più liberi. Liberi di cosa. Liberi dalle cose che ci danno dipendenza materiale psicologica spirituale, un cazzo di mutuo soccorso del cazzo. E allora non ci sarebbero più quelle lanterne che s’accendono a maestrale piegando il panico in formazione secondo i più ciechi ed autodistruttivi modelli autunno/inverno con data e firma. Crash-test cerebrale ed è un altro giorno a cliché, si ricomincia quella stessa cosa che si era ricominciata ieri e anche l’altro ieri. Il serial killer e gli operai. La vaginoplastica e le canzoni da hit parade. La spazzatura nella tv. La tv nella spazzatura. La riproduzione autonoma degli spermatozoi e i serbatoi che si riempiono. Su e giù. Il cassonetto. C’é da buttare lo sporco. Accendi l’incenso. Controlla il telefono. Piscia. Metti la sveglia. Prendi le pastiglie che poi scleri. Immagini e visioni: lasciamole ai geni integralisti e ai fondamentalisti artisti. In quale libro stappavano le bottiglie col buco del culo? La cancrena è educata capisci? Lo strizzacervelli SA il fatto suo. Il caos è equo diceva il Joker. Dici sto vedendo uno di quei film che si vedono da soli. Telepatia comandata con una manopola giocattolo. Sappiamo comunicare dico fra me e me. Noi comunichiamo dici tu. Mine anti-uomo. E allora chi si prende il sole sulla roccia con in mano il cazzo? Ross avrebbe detto ora faccio un rutto.
Il codice. Lo specchio. La Maschera del Mostro schizzi di follia nelle vene come una gabbia per normali e le scritte sul muro un diversivo le compulsioni e le cicatrici nella mente che tornano a infiammare le connessioni nervose eppure così calme e spietate eppure così immobili e congelate maschera per proteggersi dal sangue maschera per immergersi nel sangue maschera che si indossa maschera che diventa viso che diventa pelle che diventa celophan che diventa carne che diventa faccia che diventa impassibile. battito. cardiaco.
I sacrifici non si scelgono. I sacrifici si fanno e basta. C’è chi li fa e hai i suoi motivi, c’è chi non li fa e ha i suoi motivi. E quando il sacrificio è per una causa, spesso, poi, la causa cessa di esistere. O non si rappresenta più, non ha lo stesso valore che aveva prima. Tuttavia la vita gioca altri scherzi. E’ nel suo ordine naturale. Nella presenza e nell’assenza. Nell’imporsi del Caos sull’Ordine, quando l’Ordine non è che una coincidenza delle nostre piccole illusioni. Nell’implacabile valore che ha il Tempo, come in quella vecchia canzone che si ascoltava e chissà perchè. Platone diceva che solo i morti vedono la fine della guerra. Spesso è poi la vita a diventare una guerra vera e propria dove il nemico è l’illusione di poter essere di nuovo se stessi, o il se stessi di prima. Anche solo fratelli. Anche solo in qualche modo Padri, Mariti, Figli. In Brothers le cose da non dire non vengono dette. Mentre le cose da dire si scorgono negli occhi dei fantasmi e nelle bandiere attaccate all’asta. Immobili.
Nel mio albero della genealogica il mio rifugio fu la placenta. La terra trema anche se ti sposti con il treno, come una costante, potrai andare con chiunque e dovunque ma sarai sempre nella carne dove non sei la sola persona a sorridere se il mondo non ti sorride. Non sono io a dirlo e nemmeno tu la ma la musica e la cenere e quello che barbaricamente ci divide unendoci. Non sono stanco di guidare la mia carcassa verso mondi sconosciuti perché il tuo nome non è una parola.
Sono nella città che da il nome alla mia provincia. Vi vedo imboccare la via della dottrina cristiana mentre non sapete nemmeno dove cazzo camminate. Tento di entrare in una chiesa a caso solo per avere un attimo di silenzio. Ha le porte sbarrate. Vi vedo annaspare nelle telefonate dei solenni auguri di circostanza dopo qualche bianco di troppo. Vi vedo comprare il gelato a quello che Houellebecq chiamerebbe il ‘nano vizioso’ che ora scalcia un pò di attenzione mal riposta ma che da grande vi prenderà a calci in culo mentre voi sorriderete dicendo ‘eh, poverino’ mentre qualcun altro dirà ‘era un bravo ragazzo’! Sento parlare, borbottare, fra visoni mobili e borsette firmate, di nichilismo. Volete sapere una cosa? Voi non sapete un cazzo del nichilismo. Ingozzatevi e state zitti. Aderite alla campagna ’smettetela di dar fiato alla bocca per niente’. Fate il favore all’aria attorno alla quale respirate. E ora sta roba la metto anche sul tumblr. Autoreferenzialità? Non me ne frega un cazzo!
vengo fatto a brandelli, ma sono già cervello in pappa, dita in fiamme, cuore spolpato a martellate, dita mozzate. La tua presenza non parla: semplicemente non esiste. Le tue idealizzazioni non mi salvano: sono spostamenti d’aria. Non mi parlate di pietà. Non mi parlate di paracadute. Non mi parlate di bontà e festività. Oh sì capisco capisco! Certo! ma certo!!!! E non mi si parli di meraviglie nel paese dei piccoli cazzi. E allora che non resti niente che questa pagina stonata, senza meraviglie e preservativo. Fremente, senza traduzioni. Pagina bianca come una spina della corrente nella dorsale oceanica di un piccolo feudo dalle favole senza principi e conigli, senza cani e padroni a leccarsi le ferite di un puttanaio di parole reclami e singhiozzi, e allora pisciate negli angoli per indicare un percorso e ritrovare la strada e un fremito ancora, su per il culo, senza fortezze, senza spiagge notturne, senza palme, fra le gambe, negli occhi, nella bocca, con la lingua, isole in un oceano radio ad alta frequenza che sintetizzasse urla e cenere jazz, carne avariata per spermatozoi principianti, tettonica a zolle per terre ferme, risorga il sole sopra i terremoti e annienti anche la neve, come un sopraffino tatuaggio senza data sulla mia pancia squartata e una croce rossa sugli occhi blu, candele spente per quando verrà un altro giorno da bile, benzedrina per tastiere, e fanno due prego, senza ghiaccio, non bevi? vinca il più forte perché per la debolezza non c’è posto ma solo febbri selvagge in toni d’ombra, piegate e scappellate come litanie mistiche da corpi slabbrati, la teoria del secolo, la decadenza di un popolo, la bara di una storia per la storia. c’è chi scrive e non è scrittore, c’è scrittore che non scrive, c’è chi scrive segni e tempeste, io storpio dipingo e ho moti di adorazione solo per i semafori lampeggianti, supervisore di slanci di un’epoca rovinosa in magnifico declino, tratteggio un’autodistruzione a colori schizofrenici, bucandomi le mani con pennellate di cavatappi, sanguinando vernice, invocando una mancata salvezza, saccheggiando la polvere negli angoli bui della mia de/menza e salvaguardando i confini della mia sociopatìa, fiera e imperturbabile, portate il latte, toccate le porte, manovrate le maniglie e gli interruttori MA non toccatemi, i germi sono lì pronti a fottermi, li ucciderò con candeggina furente come corroderò pezzo dopo pezzo la tua astronave, stanotte è un’altra splendida notte, sento la turbolenza delle fucilate d’altri colori, missili per le mie apocalissi, altri pannelli dove fissare quel che resta dei sogni elettrici senza candele, in penombra, con l’odore forte di futuro rappreso, e sai? Il silenzio. Questo. Il silenzio. Dal finestrino io vedo le esplosioni. Un animale annientato sulla sua preda pronto a darle forma e colore pronto a mortificarne e santificarne l’assenza, un sacrilegio di natura, un monumento e un atto, non importa il risultato il tono l’ambientazione la simmetria, tutto deve essere ‘appropriato’?! Risate bestiali a mostrare i canini. Tuttavia. stai cercando di capire? Non c’è un cazzo da capire. E che anche le tue parole insieme alle mie siano bastoncini per i denti.
la patina che circonda gli immaginari.
un’andare, un venire.
e la memoria, la mia, a pugnalarsi da sola. poi mi vengono in mente le immagini dei finali.
e allora dico, cazzo. è pazzesco quello che succede inseguendo connessioni nervose.
poi c’é la tv. scorrono le didascalie.
è splendido e perverso guardarla ad audio azzerato e ascoltanto la propria musica. bignami di calligrafie televisive. scorrono i veicoli sullo schermo, si vedono aprirsi bocche, mani che gesticolano, cose che si muovono, e sotto le didascalie, veloci, tutto là fuori sembra abbia un qualsiasi tipo di senso. solo che io non lo afferro.
è pazzesco quello che succede inseguendo fibre ottiche.
i microfoni, i colori, ora la neve.
e la manipolazione.
sulle note gli spazzaneve muoversi, i movimenti delle automobili indecifrabili e sincronizzati come su una banale mappa elettronica. navigatori, rotte urbane, percorsi. industrie che svaporano. sviluppi economici. titoli di borsa.
leggi attentamente le istruzioni.















